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26 GENNAIO 2023, ORE 19:00: A.N.M.I. MILANO, CONFERENZA “PUNTO NAVE SULLA TRATTA DEGLI SCHIAVI TRA AFRICA E MEDITERRANEO”

In data 26 gennaio 2023, presso la sede dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia, ospite del Centro Studi Sinergie, Civitas terrà la conferenza dal titolo “Punto nave sulla tratta degli schiavi tra Africa e Mediterraneo”.

Qui le coordinate GPS per raggiungere la sede: http://Viale Gorizia, 9, 20144 Milano MI

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OCEAN VIKING A MARSIGLIA: NON SI È ANCORA RAGGIUNTO IL PUNTO

Le recenti discussioni sulla Ocean Viking, al di là della modestia dei toni e dei contenuti, dimostrano che sul tema della rotta mediterranea non si sia ancora raggiunto il punto, ovvero che non si verte semplicemente di immigrazione clandestina e di violazione delle frontiere, ma di tratta di esseri umani.

Il punto, infatti, non è negoziare la distribuzione degli arrivi tra i paesi europei, ma la soppressione – non escludendo mezzi cinetici all’occorrenza – del transito attraverso la Libia e la sua sostituzione con un’ordinaria politica degli ingressi, che venga svolta attraverso canali formali e legittimi.

La solidarietà sta manifestando in progressiva evidenza il proprio “vulnus”: diversamente dalla carità, che presuppone la gratuità e la perdita economica di chi la esercita, la solidarietà umanitaria si sta dimostrando non solo un vero e proprio mestiere, ma anche un trampolino di lancio verso incarichi redditizi a spese del contribuente: vuoi nelle organizzazioni internazionali, vuoi nelle amministrazioni interne degli Stati, questi nuovi campioni morali della solidarietà in realtà viaggiano su autostrade reddituali di non scarsa rilevanza.

Il metodo, che dall’inizio della nostra esperienza stiamo cercando di seguire, sta nella scomposizione dei problemi e nella contestualizzazione dei singoli elementi che li compongono.

1.- I migranti africani e bengalesi che provengono dal territorio libico sono o non sono ridotti in schiavitù durante il loro transito?

I migranti italiani – che vengono frequentemente e strumentalmente utilizzati come termine di paragone – sono mai stati acquistati come merce durante i propri percorsi verso l’Europa centrale e le Americhe? Già questo deve servire ad inquadrare la migrazione attuale attraverso il territorio libico – sono escluse da questo discorso le altre rotte, come quella balcanica – come un fenomeno specificamente vergognoso che non ha altri analoghi precedenti sul territorio italiano.

2.- I naufragi sono episodi sporadici ed occasionali o sono una fase specifica di un percorso che prevede già dalla programmazione l’impiego di due differenti unità: il gommone per un primo breve tratto e le imbarcazioni di soccorso?

3.- Chi e preposto all’attività di pattugliamento e soccorso in mare? Il naviglio privato o quello governativo?

4.- Il naviglio privato che funzione ha? Il trasporto? E quali sarebbero le rotte ed il carico delle navi operate dalle ONG?

5.- La violazione della disciplina dell’ingresso costituisce causa di offensività del transito navale straniero, che legittimi il ricorso al fuoco oltreché l’esercizio degli ordinari strumenti di repressione penale?

Rispondere espressamente ai retroestesi quesiti costituirebbe un’offesa all’intelligenza del lettore.

Il fatto che la Francia abbia occasionalmente – e prevedibilmente eccezionalmente senza ulteriori possibilità di reiterazione – i propri porti non costituisce un rimedio oggettivo alla tratta di esseri umani, ma la sostanziale acquiescenza di un’altra nazione oltre alla nostra nei confronti di un crimine internazionale particolarmente odioso e supportato da una pluralità di ulteriori crimini ancora più gravi, comunque finalizzati a garantire redditività alla tratta, come: l’omicidio, la tortura, lo stupro, la prostituzione forzata, la schiavitù sessuale, la vendita di organi.

Come anticipato nel precedente intervento, il semplicismo nell’approccio al tema da parte dell’attuale Governo – per non parlare del più ben grave atteggiamento dimostrato in quelli precedenti a decorrere quanto meno dal 2013 – ci lascia ancora qui fermi sotto l’iniziativa di gruppi armati criminali beduini del deserto libico, senza aver ancora attivato i passaggi successivi alla soluzione della tratta, tra cui la regolarizzazione dei flussi.

Ma allora si pone un quesito: vogliamo veramente credere che l’iniziativa politica dell’intera Unione Europea sia tenuta in scacco da Mohamed Boss o da qualche altro collega libico o nigerino, o dobbiamo ricercare il vero nemico all’interno della nostra stessa comunità?

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LA TRATTA TRA “ER BLOCCO NAVALE A LA VACCINARA” ED INSALATE DI (DIRITTO DEL) MARE

Le prime prove cui è stato sottoposto il governo Meloni in tema di immigrazione clandestina manifestano ancora una volta i limiti della demagogia e della sottovalutazione dello studio.

Dopo ripetute promesse di attuare un blocco navale nei confronti non si sa bene di chi (trafficanti, Stato della Libia nel suo complesso, fazione di Tripoli?), cui si contrappone la consueta invocazione del “diritto del mare”, si è finalmente giunti alla prima sfida tra organizzazioni non governative e Governo italiano.

La tesi originaria sostenuta dalla Presidente Meloni prevederebbe – salvo voler agire al di fuori di canoni di legittimità internazionale cristallizzati in norme consuetudinarie e convenzionali – l’esistenza di uno stato di guerra tra l’Italia e la Libia (salvo voler riconoscere a semplici associazioni criminali il titolo di “nemico” e sostenervi uno stato di belligeranza, con tutto quanto ne consegue sul lato attivo e passivo, tra cui la legittimazione a ricorrere al fuoco), la comunicazione a tutti gli Stati neutrali della costituzione di un blocco navale nei confronti dello Stato libico, l’esercizio di un blocco effettivo (sempre che la Marina Militare disponga di un numero adeguato di unità, che si possano alternare su almeno tre turni, ma preferibilmente su cinque) e l’esercizio della forza su ogni imbarcazione mercantile o militare che intrattenga traffico “di contrabbando bellico” con la Libia, ovvero che porti materiali di impiego bellico, a cominciare dai fuoristrada giapponesi e dai gommoni cinesi di cui si servono i trafficanti per inviare gli schiavi verso le nostre coste.

Tutto bello ed interessante: non resterebbe che attendere le prime reazioni cinesi o giapponesi (che non sono certamente gli unici interlocutori presenti sul territorio libico) all’affondamento di una loro unità mercantile che abbia tentato di forzare il blocco onorevolmente esercitato dalla Marina Militare Italiana in esecuzione degli ordini impartitile dal Governo dopo la dichiarazione di guerra nei confronti dello Stato di Libia o di chi per esso.

Altra strada alternativa: l’invocazione del “diritto del mare”, che così come propagandato dall’informazione giornalistica richiama più una pietanza estiva destinata ad antipasto che una precisa categoria giuridica, che peraltro il buon giornalista generico medio preparatosi su Wikipedia declasserebbe a cavillo giuridico. Il nostro buon giornalista wikipediatico, peraltro, se ha scarsa confidenza con lo studio e con “il libro”, di gran lunga maggiore ne gode in materia di decontestualizzazione della notizia: ogni volta si focalizza il primo piano sul bambino morto spiaggiato, cui si dedica peraltro il nome di una nave delle ONG, e si dimenticano le centinaia di migliaia di persone che ora, nel momento in cui sto scrivendo queste brevi note, stanno ancora attraversando il Sael, il deserto e stanno subendo la riduzione in schiavitù e la detenzione sul territorio libico.

Orbene, se il nostro stimato Presidente del Consiglio ed i contraddittori politici (attuale opposizione di recente esperienza governativa in testa) e mediatici avesse aperto il “libro” prima di candidarsi o di prendere parola pubblicamente – ed il libro cui mi riferisco non è quello della giungla, ma quello “del diritto” e quello “del mare”: pregevoli pubblicazioni (Edizioni Prima il testo e poi la testa) in cui tutta la realtà giuridica e tutta l’esperienza della navigazione vissute dall’umanità in trenta secoli di storia sono riassunte in una dozzina di pagine ciascuna – ci troveremmo ad affrontare un confronto politico ed un’azione esecutiva di carattere anche militare prescindendo da un punto di partenza del tutto fallace e decettivo: quello di “porto sicuro”, che non è previsto in alcuna norma internazionale.

Saremmo ben consapevoli che l’attributo di sicurezza è convenzionalmente riferito al concetto di “luogo” e non di “porto”, perché tutti i porti sono “luoghi sicuri” per definizione. Saremmo altrettanto consapevoli che la sicurezza, cui si riferiscono le linee guida per il salvataggio in mare delle persone, concerne esclusivamente lo stato delle acque e le condizioni di navigazione, non certo la tutela dei diritti umani.

Saremmo altrettanto consapevoli che altri “porti sicuri” negli stessi termini sfruttati dalle ONG per giustificare il proprio operato ben più vicini di quelli italiani si trovano in altri paesi confinanti con la Libia, in cui tanto sono sicuri i trattamenti di tutela dei diritti fondamentali da consentire che sul loro territorio si svolga ingente attività di accoglienza turistica.

Sempre leggendo in combinazione queste splendide pubblicazioni sul diritto e sul mare ci renderemmo conto di come l’attività di soccorso in mare sia una prerogativa del naviglio governativo e non di quello privato e di come quest’ultimo sia – pure obbligatoriamente – ingaggiato solo nelle ipotesi in cui occasionalmente, lungo la propria rotta di trasporto (quale rotta e trasporto di quali merci per le ONG?), ritrovino naufraghi ed imbarcazioni in condizioni di pericolo.

Daremmo per scontato che le rotte delle navi delle ONG si riducono a collegare l’Italia e la Libia e che il loro carico sarebbe semplicemente costituito da carne umana.

Partendo da questo dato come base scontata di dibattito (che invece non abbiamo nemmeno raggiunto come destinazione), di cosa dovremmo dunque discutere?

Di esercizio della forza nei confronti delle navi che esercitano passaggi “non inoffensivi” (secondo la terminologia adottata dalle convenzioni internazionali, Montego Bay in testa), e di vigilanza disciplinare sugli organi di giustizia che si appoggiano acriticamente sul pensiero unico affermando la doverosità dell’attività di soccorso (rectius: trasporto) svolto dalle ONG nel Mar Mediterraneo.

Ed ancora si dovrebbe aprire il tema, costantemente dimenticato, del rilascio dei permessi di lavoro nei paesi di partenza tramite formali strumenti amministrativi, anziché sanando a posteriori gli effetti di un grave crimine internazionale proficuamente svolto da oltre un decennio ormai.

Una ferma e coerente attività di studio del “libro” prima di prendere la parola ed assumere le decisioni, e la conseguente azione politica, amministrativa e giudiziaria secondo canoni giuridici (che non sono semplici cavilli) cristallizzati in poche e ben precise norme interne ed internazionali porrebbe agevolmente e rapidamente termine al fenomeno della tratta, quanto meno sul territorio italiano, restituendo giustizia alle vittime della tratta e credibilità internazionale alla nostra Nazione.

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27 ottobre 2022, COMUNICAZIONE AL CONVEGNO “la nuova geografia: gestione delle crisi e della sicurezza nel mondo che verrà”

Il giorno giovedì 27 ottobre 2022, alle ore 15:00 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Cripta Aula Magna, in Milano, Largo Gemelli n. 1 il Presidente dell’Associazione Civitas, Giuseppe Pellegrino, parteciperà come relatore al Convegno “La Nuova Geografia: gestione delle crisi e della sicurezza nel mondo che verrà”, organizzato dall’Università, dal centro IsTiMe – Università Cattolica del Sacro Cuore e dal Centro Studi Sinergie.

Qui di seguito le coordinate GPS per raggiungere il luogo dell’evento: https://goo.gl/maps/29EwsSPSe6XDjaRk8

Per assistere al convegno siete pregati di procedere all’iscrizione attraverso il presente link

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PROCURA DELLA REPUBBLICA DI LECCE: RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE

In qualità di persona offesa dal reato, Civitas ha ricevuto, in data 11 luglio 2022 la comunicazione da parte della Procura della Repubblica di Lecce della richiesta di archiviazione formulata dal P.M. Di Nozza, titolare dei fascicoli aperti a seguito delle denunce presentate presso la Stazione dei Carabinieri di Milano il 28 maggio 2020, già oggetto di archiviazione da parte del Tribunale di Taranto relativamente ai fatti qualificati come favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma devoluti alla Procura della Repubblica di Lecce per i fatti qualificati in termini di associazione per delinquere (per i quali sussiste competenza funzionale del Tribunale del capoluogo di distretto ove ha sede la Direzione Distrettuale Antimafia.

Per informazione dei soci e dei lettori, l’avviso viene pubblicato in questo post ed è liberamente consultabile.

Non sussiste, nella richiesta del P.M., alcuna argomentazione in forza della quale fondare la richiesta di archiviazione per i fatti denunciati, tutti occorsi nel contesto delle operazioni di recupero in mare e trasbordo a Taranto organizzate dalle NGOs Sea-Eye e V., SOS Méditerranée Italia Onlus, Open Arms e Sea-Watch e V.. La richiesta di archiviazione, peraltro, riguarda esclusivamente le condotte ascritte al personale dell’N.G.O. Sea-Eye. Attendiamo gli esiti degli accertamenti relativi agli altri fatti di reato, che hanno viste coinvolte le restanti N.G.O.s.

Civitas, attraverso l’attività tecnica prestata dal Presidente e dal Vicepresidente, difenderà le ragioni proprie e dei soci protetti nel corso dell’imminente opposizione all’archiviazione, con particolare rilievo per la corretta qualificazione delle condotte denunciate, in termini di tratta degli esseri umani e riduzione in schiavitù.

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REFERENDUM DEL 12 GIUGNO, LA PRIMA RAGIONE PER UN SÌ: LA NATURA OBBLIGATORIA DEI POTERI A GARANZIA DELL’INDIPENDENZA DELLA MAGISTRATURA

Il nostro Ordinamento prevede due modelli di organizzazione: quello riservato al Potere esecutivo, caratterizzato da discrezionalità nell’azione ed organizzazione piramidale e quello riservato all’Ordine giudiziario, caratterizzato da indipendenza dei singoli membri, ma da obbligatorietà dei poteri.
Per quanto concerne l’Esecutivo, l’art. 95 della Costituzione dispone: “Il Presidente del Consiglio
dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l’attività dei ministri”, così come l’art. 98 prevede che “I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”.
In estrema sintesi l’apparato amministrativo dello Stato è una struttura devoluta ad esplicare poteri discrezionali (finalizzati al buon andamento della cosa pubblica), ma al tempo stesso imparziali nei confronti della cittadinanza sotto un duplice vincolo: l’unità di indirizzo del Governo e le prescrizioni di legge dettate dal Parlamento. Tramite tale duplice vincolo si consente la realizzazione del modello dettato dall’art. 1 della Costituzione, che solennemente (ma non certo solo simbolicamente) afferma: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
La magistratura ha un compito del tutto diverso rispetto all’Esecutivo, ovvero la tutela dei diritti
soggettivi e più in generale della legalità all’interno dei rapporti sociali. Non per nulla è definita
dall’art. 104 della Costituzione come “un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.
Ma come si può concretamente garantire l’indipendenza di questo ordine investito di un potere tanto penetrante (ancor più di quello legislativo od esecutivo) nella vita individuale di ciascun cittadino o dei gruppi sociali all’interno dei quali il singolo cittadino si aggrega?
La risposta può sembrare ad un pubblico generalista sorprendente: spogliando l’intero ordine
giudiziario di ogni potere discrezionale, vincolandone il potere alla stretta osservanza della legge.
Così dispone l’art. 25 della Costituzione (che non appartiene al titolo dedicato alla magistratura, ma ad uno ancor precedente, posto a presidio delle libertà individuali nei rapporti civili), laddove affida alla legge la determinazione di quale giudice possa essere naturalmente e pertanto legittimamente investito della decisione su una controversia. La norma detta un principio fondamentale, spesso trascurato nella prassi applicativa, inerente già all’organizzazione degli uffici.
Poi vi sono due disposizioni funzionali che vincolano alla stretta osservanza di legge l’attività tanto della magistratura giudicante (art. 101, comma 2, Cost.: “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”), tanto quella della magistratura inquirente (art. 112 Cost.: “Il pubblico ministero ha
l’obbligo di esercitare l’azione penale”).
Non sono previsti per la magistratura strumenti gerarchici di indirizzo e controllo, come per
l’Esecutivo: la magistratura costituisce un potere di natura diffusa, che non tollera forme di controllo gerarchico. Fondamentale, pertanto, è la rigorosa osservanza della legge, ovvero della volontà del Parlamento, nella sua funzione di rappresentanza della sovranità popolare.
La cultura del “diritto vivente” è una pericolosa deviazione del fondamentale principio “pacta sunt servanda” e le leggi dello Stato sono i contratti fondamentali che vincolano reciprocamente i cittadini tra loro e nei confronti della Repubblica che li rappresenta e tutela nel loro insieme.
Il malcontento odierno, alquanto diffuso tra qualsiasi famiglia abbia avuto la disavventura di essere coinvolta in una vicenda giudiziaria, dipende dal fraintendimento dell’autonomia e dell’indipendenza come una forma di svincolo dalla stretta legalità, rendendo le aule di giustizia luoghi frequentemente assimilabili a case da gioco in cui è pressoché impossibile valutare a priori il rischio di lite e, di conseguenza, orientare la condotta del cittadino nella quotidianità della vita.
I referendum non risolveranno in sé direttamente il problema dell’obbligatorietà dei poteri della magistratura, ma resta pur sempre fondamentale mantenere aperto il sentiero per una riforma complessiva del titolo IV del secondo libro della Costituzione, che riporti finalmente legalità ed armonia negli assetti sociali del paese.

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REFERENDUM GIUSTIZIA 12 GIUGNO 2022: LE RAGIONI PER UN SÌ AI REFERENDUM

La Costituzione fissa due temi fondamentali in materia di giurisdizione: l’autonomia e l’indipendenza della magistratura da ogni altro potere e la soggezione dei giudici soltanto alla legge.

Il tema istituzionale dell’autonomia e dell’indipendenza si collega a quello etico della libertà dell’individuo che si veda investito delle funzioni e della rappresentanza delle istituzioni. Il tema della libertà non può prescindere da quello della responsabilità.

Le recenti pronunce – siamo abituati in Civitas ad affrontare i problemi da un’esperienza fattuale e concreta, non da prospettive meramente speculative – cosa ci hanno insegnati: che nell’attuale prassi i magistrati si sentono del tutto svincolati non solo dalla dalla funzione legislativa del Parlamento, ma anche dall’esperienza empirica nell’analisi dei fatti.

Se la tratta costituisce una catena che deporta i giovani africani dai luoghi di partenza fino al territorio italiano attraverso il territorio libico, non può ragionevolmente affermarsi che tutti gli anelli di tale catena siano costituiti dal piombo dell’organizzazione criminale africana, salvo l’ultimo, che sarebbe invece costituito dall’oro del meritevole soccorso delle organizzazioni non governative. La tratta è costituita da un’unica catena e, qualsivoglia sia il metallo di cui è costituito l’ultimo anello, tutta la catena, nessun anello escluso, ne garantisce l’esito efficace e pure lucrativo.

Tornando all’indipendenza della magistratura, tutto si incentra sulla libertà e – conseguentemente – sulla responsabilità dell’intero ordine e di ogni singolo membro. E, se di libertà e responsabilità bisogna argomentare, è bene che queste siano riferite al corretto rapporto con gli altri organi della Res Publica, ovvero con il corpo elettorale che ne è rappresentato.

L’attuale condizione di anomia e di irresponsabilità rende ogni singolo giudice esposto a quelle sirene che lo stesso dott. Davigo identifica nella “paura” nei confronti di effetti pregiudizievoli sulla carriera e di “speranza” verso indebite gratificazioni esterne al sistema istituzionale.

Nel nostro caso concreto si è vista la capacità di condizionamento del mondo della cooperazione, ma tale condizionamento si esplica – privo di ogni garanzia istituzionale – anche all’interno di qualsivoglia banale controversia che interessi la vita quotidiana di qualsivoglia cittadino.

I referendum sono del tutto inutili, come del resto la recente riforma del Ministro Cartabia, ma ad oggi non va fermata la condizione di instabilità che sta interessando l’Ordine giudiziario: il recente scandalo Palamara ha evidenziato l’esigenza di un moto di riforma, ed oggi non ci è consentito fermarlo con un’astensione od un diniego che possano essere facilmente interpretati per un avallo della cittadinanza all’attuale stato di cose.