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F4.- LA TRAVERSATA DEL MEDITERRANEO

Le sofferenze non finiscono a Tripoli: anche l’ultima tappa del viaggio si associa a pericoli e violenze con esito anche letale. Questa parte finale del viaggio può durare tanto una manciata di ore (entro le 48), quanto settimane, quanto non aver fine.

Il primo problema che si pone per ottenere l’imbarco è la presa di contatto con gli scafisti. In genere i lavoratori che abbiano servito con continuità lo stesso datore di lavoro per mesi, sono i più favoriti, soprattutto quando quest’ultimo abbia stabili legami con (o addirittura appartenga a) la rete dei trafficanti. Per gli altri si pone alto il rischio di divenire una pedina “spendibile” a poco prezzo, tra le varie perdite lungo l’intero viaggio.

A seconda delle circostanze i migranti vengono portati o in luoghi di raccolta, o direttamente ai punti di imbarco. Nel primo caso vengono concentrati all’interno di recinzioni chiuse e controllate dall’esterno, prive di alcun riparo all’interno, dove possono essere tenuti per diversi giorni in attesa di partire.

Tra i vari luoghi di imbarco, quello più dettagliatamente descritto, è la spiaggia di Sabrata. Si tratta di un ampio spiazzo, separato dalla riva da dune alte qualche metro, riparato dal sole con teli di plastica fermati con materiale di risulta.

Vi rimangono accalcate diverse centinaia di persone, vigilate da personale armato, cui non è consentito di allontanarsi dall’area. In quest’area non v’è disponibilità alcuna né di cibo, né di acqua.

Alle spalle dell’area (da immaginare le condizioni igieniche del luogo) si trova una fabbrica di mattoni, nei cui cortili è possibile attingere acqua. L’accesso è interdetto da parte degli Asma Boys che circondano l’area e non esitano a sparare su chi tenti di allontanarsene. Solo al calar della sera parte delle persone accalcate vanno a raccogliere l’acqua con dei recipienti e tornano a dissetare anche gli altri rimasti nello spiazzo.

Evidente, da quanto descritto, la crudeltà del gioco: lo scopo non è omicidiario, in quanto quelle persone sono pur lì ad alimentare un mercato che rende il suo profitto. Anche gli strumenti non sono di carattere omicidiario, perché sarebbe ben facile presidiare le prese d’acqua ed uccidere chiunque tentasse di avvicinarvisi.

Lo scopo è dunque terroristico e mortificatorio: sui migranti vanno imposti fino all’ultimo il terrore e l’umiliazione, in modo da suscitarne l’arrendevolezza anche nel corso delle operazioni di imbarco.

Fino alle spiagge le chiamate sono nominative: su tutta la massa, per quanto numerosi siano stati i decessi, gli arresti e le interruzioni di percorso, comunque solo i nominativi indicati dalla rete dei trafficanti possono imbarcarsi.

Nel triennio 2015-2017 (quello di imbarco delle persone direttamente sentite) le imbarcazioni erano costituite esclusivamente da gommoni, assemblati direttamente in spiaggia dai trafficanti prima delle partenze. L’allestimento non è mai completo ed ottimale: la galleggiabilità è programmata approssimativamente e con lo scopo di rendere necessario il soccorso in mare. Limitato il carburante, giusto il necessario a raggiungere il limite delle acque territoriali libiche, ove avviene l’incontro con il naviglio di soccorso, sia esso militare o civile.

Le persone vengono stipate al limite: tra le 115 e le 130 unità per gommone. Il più delle volte vengono consegnate una bussola ed un telefono satellitare con i recapiti delle unità di soccorso, per segnalare la posizione in mare. Il comando delle imbarcazioni è affidato ad uno a caso tra i migranti, cui si affianca l’assegnatario della bussola e del telefono.

Alla partenza gli scafisti concordano con la guardia costiera il prezzo per avere le acque libere. Una volta partiti, alcuni barchini talvolta fiancheggiano i gommoni, perché non perdano la rotta e, soprattutto, per recuperarne i motori fuori bordo durante le operazioni di soccorso.

L’imbarco avviene in genere in piena notte e gli avvistamenti da parte dei soccorritori avviene alle prime ore del mattino. A quel punto gli scafisti ritirano i motori e lasciano i gommoni al loro destino fino all’ultimazione delle operazioni di recupero, che avviene di norma nel pomeriggio successivo.

Frequenti sono le ustioni per esposizione al contatto con il carburante, soprattutto per i passeggeri alloggiati sul fondo dello scafo. Sono stati riferiti decessi avvenuti a bordo per il complicarsi delle già precarie condizioni di salute degli imbarcati.

Un naufragio di un gommone con 115 persone a bordo è stato oggetto di testimonianza diretta di diversi passeggeri a bordo di altro gommone appartenente allo stesso convoglio.