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MATTEO SALVINI ED I PESCATORI MAZARESI: LUCI ED OMBRE SULLA STESSA SCENA

MATTEO SALVINI ED I PESCATORI MAZARESI: LUCI ED OMBRE SULLA STESSA SCENA

Le cronache di questi giorni si caratterizzeranno per il contrasto tra luci ed ombre, tra clamore e silenzio, tra interesse ed oblio su due palcoscenici del medesimo teatro: l’udienza preliminare per il rinvio a giudizio del sen. Matteo Salvini ed il sequestro dei 18 pescatori mazaresi da parte della “marina militare” della fazione di Tobruk, capeggiata dal gen. Khalifa Haftar.

I due temi potrebbero sembrare ai più distratti totalmente separati tra loro, ma in realtà riguardano entrambi l’esercizio della sovranità italiana nei rapporti internazionali in generale e sulle acque del Mediterraneo in particolare.

Da oltre un decennio ormai, ancor prima della caduta del governo del col. Mohammar Gheddafi, le attività della Marina Militare italiana sembrano concentrate esclusivamente su un’attività di soccorso di naufraghi, che si ritrovano in tale condizione non per un incidente di navigazione, ma per una scelta deliberata al fine di eludere i controlli di frontiera.

Dal naufragio del 3 ottobre 2013 tale attività di soccorso, dietro il ricatto delle stragi in mare, si è fatta sistematica mediante pattugliamenti gestiti direttamente dalle navi da guerra appartenenti ai vari corpi armati dello Stato dotati di capacità marittima (Marina Militare, Guardia Costiera, Guardia di Finanza, Carabinieri) o mediante l’intervento di navi mercantili condotte da ONG per lo più (anche se non esclusivamente) straniere.

La natura sistematica del pattugliamento, sia esso svolto da navi da guerra o da navi private mercantili, fa sì che il ruolo di queste si tramuti in un vero e proprio concorso nella tratta di esseri umani, che con le sole risorse delle organizzazioni criminali africane si manifesterebbe molto meno efficace.

Questo è il tema ripetutamente affrontato nelle denunce e negli atti di intervento depositati da Civitas in sede sia interna che internazionale.

Al di là del concorso in un crimine di estrema gravità, si manifesta comunque allo stato un ulteriore vuoto – anch’esso pericolosamente sistematico – nell’esercizio della sovranità: di fatto è scomparsa la tutela dei confini sui mari, in acque territoriali e, ove consentito, anche in zona contigua, in zona economica esclusiva ed in acque internazionali. Chi ha qualcosa da predare dallo Stato italiano, di fatto vi si avvicina e l’attinge, senza temere significative reazioni, tanto meno di carattere cinetico (implicanti cioè l’uso della forza militare).

All’interno di questo vuoto, in cui è evidente la violazione dell’art. 52 della Costituzione da parte del Governo (con disastrosi effetti sull’intera catena di comando e controllo fino alle singole unità militari impegnate in operazioni), le navi mercantili italiane, tra cui in primo luogo i pescherecci d’altura, si ritrovano totalmente sprovviste di tutela da parte delle Istituzioni.

Di qui una fazione priva di unanime riconoscimento internazionale si è permessa di eseguire un sequestro di cittadini italiani, di procederne all’incarcerazione e – non bastasse – di richiedere un riscatto: la consegna di quattro detenuti condannati proprio per commercio di schiavi.

Ma, il nostro povero Governo, nella propria onorata azione degli ultimi lustri, non si è limitato a latitare dalla difesa del territorio e delle acque che ne fanno parte a pieno titolo, ha fatto molto di più: ha preso posizione in una contesa internazionale (in cui per lo meno militari turchi e russi hanno già avuto modo di dispiegare truppe) sostenendo la fazione che di fatto controlla il territorio attraversato dalla tratta e da cui partono le imbarcazioni (quasi esclusivamente gommoni) utilizzate dai trafficanti per caricare i migranti e lasciarli alla deriva a disposizione delle ONG, avendo previamente concordato con le medesime i luoghi di trasbordo.

A questa evidente latitanza del Governo dalle prerogative e dai compiti affidatigli dalla Costituzione, si aggiunge a destabilizzare ulteriormente gli equilibri costituzionali la magistratura ordinaria, arrogatasi il ruolo di valutazione della legittimità non solo di operazioni navali e terrestri, che spetta all’Esecutivo pianificare e realizzare, ma addirittura della linea politica del Governo.

Di fatto ora il ricorso alla forza militare, laddove si manifesti di necessità, è sotto lo scacco di una valutazione di legittimità da parte della magistratura ordinaria non prevista dalla Costituzione.

Nel timore – peraltro colpevole di chi un giuramento nelle vesti di politico, dirigente pubblico o militare in servizio, comunque l’ha prestato – di assumere responsabilità di fronte ad un potere giudiziario fuori controllo, la tutela del cittadino italiano di fatto non viene più esercitata.

Considerata la prevedibile persistenza dell’instabilità della frontiera marittima dello Stato nei prossimi anni, si dovrebbe prendere esempio dalle democrazie che – a torto o a ragione nei singoli episodi – comunque il conflitto armato sono abituate a viverlo nella quotidianità, come Israele, la cui magistratura si limita ad indagare ed accertare l’esistenza di reati – ovvero di condotte che un atto legislativo qualifica come tali – senza ingerirsi nella valutazione di legittimità dell’intera azione politica o militare, che spetta all’elettorato sostenere o respingere.



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