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PRIMUM DISCERNERE

PRIMUM DISCERNERE

In data 5 novembre 2019 l’on. Paolo Gentiloni è stato ospite della trasmissione Otto e Mezzo condotta dalla dott. Lilli Gruber. Nel corso dell’incontro il direttore dell’Espresso, Marco Damilano, ha chiesto all’ospite come mai nel corso del suo precedente governo un trafficante di esseri umani libico, Abdul Rahman Milad, fosse stato ospite dei Ministeri dell’Interno e della Giustizia nel corso della trattativa per la stipula di un cd. Memorandum of Understanding – sostanzialmente un accordo internazionale privo di valore di trattato – concluso con il governo Sarraj nel febbraio del 2017. Nel corso del dibattito emerge come elemento incontestato che il Governo italiano, senza consultare il Parlamento, abbia stanziato in tale occasione 91 milioni di euro per arginare il flusso di migranti verso il nostro Paese.

Il proposito del Governo allora in carica – riporta l’on. Gentiloni – era quello di rendere l’attraversata del Mediterraneo una prospettiva meno allettante (anche se non risulta chiaro se riferimento sia stato fatto ai singoli migranti, piuttosto che ai governi africani che ospitano sul proprio territorio la tratta), così come di agevolare un intervento delle organizzazioni dell’ONU e non governative sul territorio libico.

Il presidente Gentiloni difende nel corso del dibattito l’operato del proprio governo, ma riconosce la necessità di rivederlo per due sopravvenienze che avrebbero mutato lo scenario libico: lo scoppio di una guerra civile negli ultimi sette mesi e la recisione di qualsiasi supporto da parte del precedente governo cd. giallo-verde.

Così, in quattro minuti di dibattito, si riassorbe la riapertura di un tema di politica internazionale che ha visto il nostro Paese gravemente coinvolto in rapporti di complicità con la tratta.

Di seguito le precisazioni che riteniamo necessario svolgere, per consentire il corretto esercizio del discernimento al di là di un superficiale atteggiamento di sdegno, destinato tuttavia a degenerare nell’indifferenza se non nella complicità.

1.- Innanzitutto partiamo dal soggetto intervistato: l’onorevole Gentiloni ha rilasciato dichiarazioni in qualità di Presidente del Consiglio dei Ministri in carica all’epoca dei fatti in una fase in cui si accinge ad assumere il ruolo di Commissario europeo in rappresentanza dell’Italia all’interno dell’Unione. Le sue dichiarazioni rilevano, pertanto, non sotto un profilo meramente ideologico, come potrebbe valere per un qualsiasi parlamentare, ma sotto quello istituzionale di capo dell’Esecutivo all’epoca dei fatti e di rappresentante dell’Italia all’interno della Commissione europea nel prossimo quinquennio.

2.- Sul piano della mera apparenza la circostanza più grave emersa dal dibattito sarebbe lo scambio di contatti tra il Governo del nostro Paese ed un criminale internazionale, in rappresentanza del Governo di Tripoli (difficile identificare il governo Sarraj come legittimo rappresentante di quanto resta dello Stato libico all’interno della Comunità internazionale). La circostanza è senz’altro grave, riferibile alternativamente ai Servizi, piuttosto che alla Presidenza del Consiglio, a seconda del luogo della catena di comando e controllo ove siano stati omessi, ovvero non tenuti in considerazione, i dovuti accertamenti sulle persone fisiche accreditate alla negoziazione con il Governo italiano. Sul punto l’Espresso ha pubblicizzato il proprio scoop, ha riposizionato la propria bandierina editoriale, ma non ha proseguito ulteriormente nell’approfondimento dovuto.

3.- Sul piano interno risulta una circostanza sicuramente più grave di quella appena richiamata: il mancato coinvolgimento del Parlamento in una trattativa internazionale, avente per oggetto la stabilizzazione di uno Stato pressoché confinante, in condizione di conflitto armato interno, e dal cui territorio proviene una pressione migratoria senza precedenti, con ricadute sul territorio nazionale in termini di ordine pubblico e di welfare. A riguardo, vale qui incidentalmente innanzitutto rilevare come i cd. MoUs sono accordi che possono aver per oggetto anche la dislocazione di personale militare in aree di operazioni ed assumono una rilevanza politica soggetta alla verifica parlamentare, per quanto non richiedano formale ratifica. Così come vale altresì rilevare come sia stato acquisito nel corso del dibattito il dato numerico di una presenza di 500-600 mila migranti in territorio libico, laddove tale cifra risulta essere stata abbondantemente superata sul suolo italiano nel corso della XVII Legislatura (governi Letta, Renzi e Gentiloni).

4.- Il punto di maggior gravità emerso dall’intervista, tuttavia, va in una duplice direzione: l’identificazione della tratta sul piano oggettivo e della natura del soggetto internazionale con cui il governo Gentiloni ha a suo tempo trattato.

Per quanto concerne il primo aspetto, inutile qui dilungarsi sul tema che caratterizza ogni atto della nostra associazione: la tratta è un fenomeno del tutto distinto dall’immigrazione clandestina. I trafficanti libici non sono l’equivalente degli scafisti albanesi degli anni novanta, così come degli organizzatori del flusso di profughi mediorientali sulla rotta balcanica. Quest’ultimi, per quanto anch’essi aguzzini, comunque si occupano del trasferimento clandestino di uomini liberi, per quanto afflitti dalle vicende interne ai loro paesi di provenienza. I trafficanti libici trasportano persone private della propria libertà e ridotte in condizione di schiavitù sotto la minaccia armata.

In altri termini, gli scafisti sono dei contrabbandieri, per quanto si occupino del trasporto di esseri umani mettendoli anche in condizioni di pericolo di vita (le morti non sono certo mancate nel Mar Egeo); i trafficanti sono la versione moderna dei negrieri, che operano necessariamente nel contesto dello sfruttamento della schiavitù.

La tratta è una condotta che quanto meno dall’era delle rivoluzioni è riconosciuta come crimine internazionale e che fino al 2014 (guarda caso nel corso della XVII Legislatura) anche nel nostro ordinamento era specificamente punita come reato dal codice della navigazione, anziché da quello penale, quando consumata in mare. Ciò la affiancava ai grandi crimini internazionali, quali la pirateria, anziché alle ordinarie fattispecie penali di diritto interno.

Ma se le coste libiche e l’entroterra libico sono lo scenario di un crimine internazionale di tali proporzioni, come può ritenersi legittima una qualsiasi delle fazioni che si contendono la sovranità sulla Libia? A prescindere da formali riconoscimenti da parte delle Nazioni Unite – peraltro contestati da Stati come la Francia, che condivide con il nostro Paese non solo alleanze militari, la NATO, ma anche appartenenze a comunità sovranazionali che implicano la rinuncia parziale alla sovranità, come l’Unione Europea – come può il nostro Governo (e non una semplice fazione politica) credibilmente intrattenere rapporti internazionali con altri “governi”, privi di riconoscimento unanime sul proprio territorio, e dediti – vista la diretta partecipazione dei rispettivi rappresentanti – all’esercizio sistematico della tratta di esseri umani, con tutte le violenze ad essa connessa, a partire dall’omicidio, la tortura, la violenza sessuale, la prostituzione forzata, la privazione della libertà, l’estorsione con la minaccia alla vita e quant’altro?

Si è sviato moltissimo il dibattito nelle ultime settimane sul tema dei crimini nazisti: giustissimo! Ma lì si fa storia, e giustamente si deve guardare alla storia per non ripetere gli stessi orrori; qui si fa cronaca dei giorni nostri ed un giorno saremo tutti giudicati dall’occhio della storia.

5.- Di qui risulta del tutto pretestuosa l’invocazione delle due sopravvenienze dello scoppio della guerra civile negli ultimi sette mesi e del taglio dei rapporti dal precedente governo. La prima è una circostanza falsa: la Libia è in condizioni di conflitto armato interno, ove le varie fazioni locali si alleano e si contrastano di volta in volta, pur assicurando la continuità del percorso dei migranti, per proseguirne lo sfruttamento. La recente offensiva del gen. Haftar è una semplice recrudescenza di un’instabilità che dura da otto anni e non rappresenta di certo l’apertura di un fronte di guerra civile tra due fazioni dotate di precise linee di comando e controllo ed autorità politiche di riferimento, come accaduto tra unionisti e confederati nel XIX secolo o anche tra Regno d’Italia e Repubblica di Salò dopo l’otto settembre.

L’interruzione dei rapporti e dei finanziamenti alla fazione di Sarraj altro non ha costituito che il parziale rimedio ad una condotta gravemente agevolatrice del traffico di esseri umani realizzata dal nostro stesso Governo.



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