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L’ACCOGLIENZA AL TEMPO DEL COVID19

L’ACCOGLIENZA AL TEMPO DEL COVID19

Ricorrendo ad una citazione alquanto abusata in questi giorni, riteniamo di svolgere qualche breve considerazione sul tema dell’importazione di migranti sul territorio italiano da parte di organizzazioni non governative di nazionalità prevalentemente straniera.

Dagli organi di informazione sembrano provenire dall’Africa settentrionale e dal Mediterraneo due ottime notizie: non si tortura più nessuno nelle carceri libiche, non ci sono più naufragi in mare.

Approfittando di questa condizione di quiete, vale soffermarsi su un sintetico bilancio sulle politiche favorevoli all’accoglienza, con un non insignificativo supporto di una parte della magistratura, e sulle prospettive di ripresa al termine di questa fase di emergenza.

Per il passato, la sinistra sull’accoglienza ha fin qui mostrato tre volti: quello istituzionale, quello di una protesta politicamente corretta e quello di un’azione antagonista.

A livello istituzionale si è prospettata l’impossibilità materiale e giuridica di chiudere i porti: impossibilità tanto veritiera ed ineludibile, che oggi i porti sono chiusi.

Diversi governi hanno mostrato indifferenza, se non complicità con le organizzazioni non governative incrocianti nel Mediterraneo, rendendosi così complici con le bande e tribù africane, che hanno bisogno di collaborazione dai paesi di destinazione per acquisire clientela da trasportare in condizioni disumane attraverso il deserto.

Alcuni ministri – ci si riferisce soprattutto all’on. Marco Minniti – hanno mostrato polso forte, ma in una direzione che non riguarda i trafficanti: la riduzione delle garanzie processuali, che hanno reso i procedimenti di riconoscimento della protezione internazionale alquanto aleatori, aprendo a degradi delle garanzie processuali che una futura emergenza consentirà di estendere anche ai cittadini italiani.

Nello scorso inverno, le nuove politiche del governo giallo-fucsia (condivisibile la definizione operata da Diego Fusaro) hanno consentito il decesso in mare di giovani donne e bambini, che resta sulle coscienze di noi cittadini che attraverso l’attuale governo esercitiamo la sovranità della Repubblica.

La voce politicamente corretta della sinistra, curiosamente di evocazione ittica nella propria denominazione, ha riposto i propri cerchietti, shampi e saponi con cui si presentava sorridente in televisione in prossimità delle elezioni regionali emiliane e si è ridotta al silenzio da sola.

Infine, la reazione antagonista, rievocatrice dell’antico motto “sempre e comunque resistenza”, anche in violazione della legalità tanto invocata dalle Sardine, ha anch’essa riposto nel cassetto i propri speronamenti e le interviste da Fabio Fazio.

In questi giorni si sta affrontando un’emergenza concreta, non meramente ideologica, che pone in pericolo le vite di migliaia di cittadini ed il futuro dell’economia italiana. C’è uno sforzo di prima linea di un settore di pubblico impiego, la Sanità, che sta dimostrando nel complesso piena fedeltà al giuramento di Ippocrate, radicandosi su un’etica – vale ricordarlo senza imbarazzo – che non prevede incertezze sulla salvaguardia della vita umana, diversamente da quanto vissuto in altre culture di carattere laicista o protestante.

Di questo, come italiani, possiamo andare fieri e particolarmente fortunata è l’esperienza di chi abbia in famiglia qualcuno che a proprio rischio affronti le fatiche e gli affanni di questi ultimi giorni.

Ma se questo è uno sforzo concreto, su cui il Paese avrebbe potuto concretamente investire – come anche in altri innumerevoli campi, come la ricostruzione e messa in sicurezza delle aree colpite dai recenti terremoti o comunque a rischio sismico –, ha ancora un senso ad oggi sostenere una “politica di accoglienza” prête à porter, volta all’acquisizione di spazi di visibilità e non curante della totalità degli effetti che ne conseguono, tra cui in particolare l’agevolazione della tratta di esseri umani?

Risulta ragionevole paragonare tra loro lo sforzo che sta sostenendo oggi il personale sanitario – medico, paramedico od ausiliario che sia – con le scorazzate in mare in turni che non impegnano di norma più di un paio di settimane?

Risulta ancor più ragionevole che tali scorazzate si possano dimostrare degli utili trampolini di lancio per carriere diplomatiche o altre attività di carattere commerciale, che possano beneficiare di una notevole visibilità mediatica?

Dopo il taglio del prato che si protrarrà nelle prossime settimane se non nei prossimi mesi, ci si augura che si riallineino le priorità nel modo di pensare degli italiani e si presti più attenzione alla devoluzione delle risorse.



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